Un
disco che dice "Sentite cosa può venire fuori da una cantina"
E'
nelle cantine che in Italia (e non solo credo... pugno solidale sul cuore,
fratelli) ti relegano a creare musica, a sognare un futuro in questa, a
sperarci, a crederci...non c'è altro luogo.
"Là
fuori" come dicono gli americani, le priorità sono altre e di sicuro non
contemplano il fermento degli artisti.
La
musica trova spazio solo in un'ottica di intrattenimento per chi la propone,
presentata come alternativa alla serata al cinema o sul divano davanti alla tv.
Niente
di importante viene fatto per amore della "voce" della musica, della
sua anima, di quello che ha da dire.
L'amministratore
delegato che passava di qua ha una risposta in merito, ascoltiamolo
:"Semplicemente perchè non è un buon affare, non fa guadagnare, non è un
investimento sicuro...niente di personale.
Niente
di personale se siete nati con un talento che non produce profitto, ma il mondo
di oggi è orientato verso la televisione, verso la finzione.
Ragazzi,
è che voi purtroppo coltivate emozioni...vere.. e questo non va".
Grazie Sig. amministratore delegato, grazie veramente di cuore, a nome mio e di tutte
le "menti migliori del nostro tempo" costrette a rinchiudersi in un
metro quadro sotterraneo.
Ed
i Phidge?
I Phidge sono dei nostri e se volete sentire la loro voce, la loro emozione vera,
compratevi "It's all about to tell", primo lavoro ufficiale
realizzato al Vacuum Studio di Bologna e prodotto dall' etichetta Riff.
Un
lavoro in cui la cantina è presente, si sente forte l'attitude da spazio
costretto: arpeggi incantatori a guardarsi le scarpe suonandoli, momenti
frenetici per scaricare il caos e la claustrofobia e momenti in cui, non avendo
finestre per vederlo, ci si immagina il mondo esterno e lo si immagina con
occhi sensibili, con voglia di armonia e di pace.
Molti
colori dipingono la band, elementi che non spiccano al volo, perchè l'
immediatezza comunque è ciò che arriva prima all'ascoltatore.
Intrisi
abbondantemente di quello che oramai possiamo intendere tranquillamente
"indie italiano", i phidge si discostano comunque dal genere grazie
ad una costruzione più matura e meno...gratuita dei brani.
Esemplare
su tutti la opening track "Dawning disaster", che si muove come un
tornado e trascina e non fa capire nulla, soprattutto che si sta sviluppando
sotto qualcosa che si manifesterà poi nello splendido (ahimè troppo corto)
finale, in cui due voci si giocano la ripetizione della frase "this
scenery's a lightning that strikes me on the half way to the top of a dawning
disaster".
Ecco,
diciamo che la grande qualità dei quattro ragazzi bolognesi è quella di
riuscire a far crescere con naturalezza atmosfere introspettive magistralmente
orchestrate nel bel mezzo di una canzone tipicamente indie, cosa che mi ricorda
il talento di quella gloriosa band chiamata Deus (e che spero voi non abbiate dimenticato...altrimenti,
di corsa a fare i compiti!?).
Beh
per chiudere velocemente la parentesi influenze aggiungerei che aleggia qua e
là, sapientemente capace di nascondersi e di ricomparire sottoforma di voce o
chitarra o stacco, lo spirito dei primi pearl jam...influenza questa, che è
presente veramente in modo particolare e sfuggente, sono attimi su cui un
attimo dopo non giureresti più...tipo così:
"Hai
sentito?"
"Cosa?"
"I
pearl jam!"
"Io
non ho sentito niente"
"Eppure
giurerei di averli sentiti"
"Tu
bevi troppo, te l'ho sempre detto!"
Ecco...si...ehm..più
o meno.
Dicevamo...i
Phidge, ottima capacità tecnica dei singoli componenti, basso e batteria sono
solidissimi ed estrosi ma con buongusto e senza cedere alla tentazione di
strafare, perchè da che mondo è mondo "il batterista mena, perchè si sente
Dio", come ci ha insegnato quel gran genio di Ligabue.
Lo
stesso dicasi per le voci, la principale dal timbro confortevole usata con
consapevolezza superiore alla media ed una buona riuscita in lingua inglese (
cosa EEESTREEEMAMEENNNTEEE rara in Italia..), le seconde, scelte saggiamente,
allargano molto bene gli spazi di immaginazione nelle atmosfere in cui
intervengono con supporti armonici e timbrici.
Le
chitarre si comportano invece come una "cosa" mutevole e multiforme,
giocano tra di loro e con gli altri strumenti con molta naturalezza, diventando
ora ritmiche, ora soliste, ora di ricamo, ora di ginnastica, ora d'aria...molto
arpeggiate, in costante suono brillante Fender.
In
perfetta armonia con lo spirito del disco anche l'artwork, variopinto e
multiforme, come variopinto e multiforme sarà il futuro di questa band piena di
buone qualità.
Fabio
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