Sado
Holzwege
(AMS/BTF)
Deconstructing metajazz. Questa è la definizione con cui questi pazzoidi di SADO (la sigla non ha nulla a che con pratiche dolorose che prendono spunto dal marchese De Sade, bensì è l’acronimo di Società Anonima Decostruzionismi Organici) amano descrivere la propria musica.
Capirete che con una premessa del genere è difficile dare un’idea di cosa contenga il disco in questione, il loro quarto.
Io mi ci sono trovato ad avere a che fare per via di Boris, il cantante, ultimo arrivato nel gruppo piemontese, che ho conosciuto grazie ad altri suoi progetti artistici, il jazz poi non è proprio il mio forte. Comunque mi ci provo: “Holzwege” sembra essere un tributo alla filosofia attraverso la musica, un tentativo di trasporre la metafisica in versione sonora, ed ecco che il termine metajazz pare collocarsi già meglio che non ridursi a una mera traduzione letterale dal greco come “oltre il jazz”.
Il titolo in tedesco poi, sembra rifarsi decisamente a Wittgenstein.
Ma tutto questo sembra non aiutarmi ancora a farvi capire di cosa si tratti.
Beh, assodato che il jazz c’entra, sembra che ai SADO piacciano anche altre cose: sicuramente Frank Zappa, mai citato nel disco, ma molto presente in certe atmosfere che lo compongono.
E poi i Beatles di cui il gruppo rilegge a proprio modo “Michelle”, per non dire di Santana, di cui il cd contiene una rilettura azzardata quanto azzeccata nel medley “Kilimoonjingo”, una bella occasione per il chitarrista Gianni Opezzo di mettere in mostra il proprio talento.
Nello stesso brano, a sorpresa fa capolino la “Bourrè” resa celebre (al pubblico rock) dai Jethro Tull.
Per il resto il disco si compone di brani originali in cui tutto il gruppo s’impegna nel progetto di decostruzione. Sicuramente riuscendo nei propri intenti, con l’ausilio di una buona qualità d’incisione e della provata capacità di tutti i suoi componenti.
Alle mie orecchie pochissimo avvezze al genere, giunge particolarmente piacevole “Romanza numero 1 per trombone preparato”, un brano che forse va oltre anche il metajazz, riconducendo il tutto altrove, con la voce particolarmente in evidenza rispetto al resto del disco (dove è usata più come uno strumento, come costume di Boris Savoldelli) e con una parte centrale sostenuta da un organo dal suono intrigantissimo suonato da Paolo Baltaro.
E bene anche la conclusiva “One note samba”, dalle atmosfere lapalissianamente latine e intermezzi da sigla da cartoon anni sessanta.
Craz
|