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Anno 2005, esce il primo disco dei Camera66, giovane formazione dell’area ferrarese, Nessuna fretta di partire, autoprodotto. A dispetto della dichiarata calma, il viaggio era ormai iniziato. Un percorso già allora intenso, interiore, assai intrigante nella ricerca contemporanea di intensità strumentale giocata attorno agli intrecci armonici e ritmici anziché il più “facile” e inflazionato uso delle dinamiche, da un lato; dall’altro, su una cura e una profondità rare nell’utilizzo della parola, del testo, recitato fluidamente, quasi con distacco.
Anno 2008, quanto iniziato tre anni prima arriva alla sua successiva incarnazione, In sospeso, ed è in tutta sincerità la conferma che i Camera66 sono, avessimo mai avuto dubbi, una band matura e concreta. L’uso dell’elettronica si fa più esteso, e caratterizza con i suoi brevi momenti il disco, scandendo i brani strumentali, dando alla sequenza ritmo e coerenza interna. La voce di Cristian ha acquistato la teatralità che forse le mancava, è già questo dona ai brani, sempre connotati da una certa impronta post-rock spruzzata di noise ma ora più compatti e incisivi, una profondità emotiva trascinante dall’inizio alla fine del disco, che va ascoltato più volte, nella sua interezza. Dapprima ruvida e incalzante, poco dopo in inquieta attesa, in continua dilatazione e contrazione, è musica che, costretta, ciononostante si dimena, vibra, vive di tensioni spesso contrastanti, centrifughe ma non per questo senza centro. È la capacità di creare un mondo, una piccola galassia dell’Io, la cosa che più stupisce in questo lavoro. Il quartetto si muove come un organismo, respira, si chiude in sé per poi liberarsi, vitale e umano nelle sue traiettorie. Molto più personale del precedente, più sofferto, unitario e autosufficiente, questo album è contemporaneamente in grado di assorbire e cullare con le sue angosce e le sue paure, ma anche nei suoi intervalli di quiete, chi ha la fortuna di ascoltarlo.
Maurizio Vescovi
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